BEWW è online su L’Espresso e Periodismo Humano

Ci siamo: Bolivia’s Everyday Water War è finalmente disponibile online in Italiano e Spagnolo. 16 anni di lotte e un anno di lavoro giornalistico giungono finalmente al termine, e siamo orgogliosi di annunciare che il webdoc è stato pubblicato questo 24 Febbraio da due importanti testate giornalistiche come L’Espresso in Italia e Periodismo Humano in Spagna.

Per chi non li conoscesse, L’Espresso è dal 1955 il principale news magazine di inchiesta e reportage Italiano. Periodismo Humano è invece un magazine digitale indipendente e di qualità, fondato dal premio Pulitzer Javier Bauluz per occuparsi  delle sistematiche violazioni dei diritti umani a tutte le latitudini.

Non vi resta che entrare nelle vite di Jacinto, Marcela e José e farvi accompagnare nella Guerra dell’acqua…

Ma BEWW è già stato pubblicato?

Potreste averlo avuto sotto mano, ma non ve ne siete accorti.

Il panorama dei mezzi di comunicazione non è mai cambiato tanto rapidamente come negli ultimi dieci anni. Oggi i media cosiddetti “tradizionali” come giornali e libri combattono strenuamente con video blog, facebook, twitter e progetti interattivi per la risorsa più ambita (e più scarsa): il nostro tempo.

Eppure, come insegnano Jay David Bolter e Richard Grusin, un nuovo canale non si sostituisce mai automaticamente al vecchio, ma vi si somma e si ibrida.

A non cambiare sono invece i principi giornalistici che dovrebbero reggere il nostro lavoro: ricerca corretta e imparziale, interesse pubblico, dare voce a chi non ne ha rappresentano sempre fari nella notte a cui fare affidamento. Una storia che merita di essere raccontata è per noi ancora una storia su cui lavorare, dove e come verrà pubblicata è secondario.

Magari non siete degli utenti interessati a spendere una nottata di cliccando su un documentario interattivo. Magari preferite leggere un reportage sul vostro magazine preferito mentre state andando al lavoro o a scuola. Quello che per noi è importante è che, se siete interessati alla lotta di Marcela, Jacinto e José per l’accesso ad acqua potabile e sicura, possiate avere l’opportunità di conoscere le loro vicende.

Per questo motivo abbiamo cercato di dare al nostro progetto un approccio transmediale, e come dei moderni Pollicino abbiamo disperso tracce e indizi di Bolivia’s everyday water war sia sulla carta stampata che sui vostri schermi.

Che vuol dire transmediale? Secondo il fotoreporter e ricercatore Kevin Moloney, significa “Un contesto coerente ma con notizie diverse, forme differenti e svariati mezzi di comunicazione.” Nel nostro piccolo ci abbiamo provato (Ok, non ci sono radio nella nostra checklist, lo ammettiamo).

Negli ultimi mesi, i nostri protagonisti sono quindi apparsi su giornali tedeschi, siti spagnoli, riviste italiane e americane. Di seguito potete trovare una lista completa di tutte le pubblicazioni di Bolivia’s everyday water war fino a oggi:

Speriamo comunque che questi assaggi vi abbiano stimolato l’appetito per ciò che sta per arrivare…

Dietro a Bolivia’s everyday water war

A luglio abbiamo deciso di rivelare il volto di uno dei nostri protagonisti, Marcela, che ci guiderà per le strade in cui scoppiò la Guerra dell’Acqua. Bolivia’s everyday water war non è però solo la sua storia: è un racconto collettivo, dove gli sforzi, le sofferenze e le vittorie dei tre protagonisti si alternano alle vite e alle idee di più di altri venti intervistati. Il nostro scopo principale era di dipingere un quadro il più possibile esaustivo, dato che esercitare il diritto umano all’acqua è una sfida insidiosa e per nulla scontata.

Ci sono però alcuni volti che non compariranno nel documentario: quelli di chi ha passato eterne notti insonni per cercare di mettere tutti i pezzi insieme. Le mani che dondolano la culla. Gli autori di Bolivia’s everyday water war.

Michele Bertelli (@MikeBertelli) è giornalista e videomaker freelance. Suoi articoli e video reportage sono stati pubblicati da Al Jazeera, El País, Der Spiegel, Die Zeit, Vice e Repubblica TV e Linkiesta. Si interessa di storie non convenzionali, migranti e sviluppo economico e negli ultimi due anni si è occupato di webdocumentari e formati video per il web. Vive a Roma, dove produce report per i canali della Camera dei deputati, ma ascolta ancora musica rumorosa e tiene lo zaino a portata di mano.

Felix Lill (@FelixLill) è un giornalista freelance tedesco che si è trasferito da Londra a Tokyo dopo le Olimpiadi del 2012. Ora si divide tra Berlino e il Giappone, scrivendo per Die Zeit, Die Presse, Der Spiegel, Neue Zürcher Zeitung, Taggespiegel, Zeit Online e altre testate. Si occupa di economia, politica, sport, e di come queste cose si influenzino tra loro. Ha vinto il Premio Austriaco per il giornalismo sportivo nel 2010, nel 2011 e nel 2012.

Javier Sauras (@jsauras) è un giornalista e fotografo nomade che negli ultimi cinque anni  ha vagato tra l’Asia e l’America Latina. Ha scritto di Giappone, delle Filippine, della Spagna, della Cina, del Regno Unito e della Bolivia. Oggi risiede a New York, ma è ancora sulla strada.

La musica dell’acqua

Patria è dove si vive con degli amici. Per questo, dopo un anno di lavoro, ci sentiamo anche noi un po’ boliviani: per le persone che abbiamo lasciato in quelle terre, che appaiano o meno nel webdoc. Per le esperienze condivise. Per le cose che ci hanno insegnato.

Sulle scoscese scarpate di La Paz abbiamo conosciuto Celia e Genciano, che hanno deciso di fare un pezzo di strada con noi.

Celia Pérez Martín è assistente sociale e musicista, si occupa di temi di genere in paesi in via di sviluppo. Genciano Pedriel Jare è tenico del suono e professore all’ Università Autonoma del Beni. Insieme sono l’orecchio fine che ha cercato e selezionato i temi che accompagnano lo scorrere di Bolivia’s everyday water war.

Celia e Genciano hanno così presentato il progetto a tre gruppi boliviani moderni, che subito si sono dimostrati desiderosi di partecipare: gli Awatiñas, gli Andes Manta Music e i Toldería.

Gli Awatiñas sono un gruppo storico di musica folkorica: fondati a La Paz nel 1970 da due famiglie di fratelli, i Conde e i Beltran, il loro nome viene dalla lingua aymara, e significa “coloro che si prendono cura”. Le loro canzoni sono sia in spagnolo che nella loro lingua originaria, mentre gli strumenti sono tutti provenienti dall’area andina: zampogne, siku, charango e flauti quena. L’obiettivo degli Awatiñas è chiaro: difendere l’integrità e la cultura dei popoli originari della Bolivia. Con più di dieci dischi alle spalle e una moltitudine di tour che hanno toccato l’Europa e l’America Latina, sono probabilmente uno dei gruppi più riconosciuti della musica boliviana.

Gli Andes Manta Music provengono dalla regione andina del Perù, anche se vivono e lavorano a New York. I loro brani invitano a viaggiare attraverso i suoni ricchi e inquietanti della foresta tropicale. Le loro radici sono ben pientate nel patrimonio culturale degli Inca e dei loro antenati, e per questo suonano strumenti andini nella loro forma più pura e autentica.

Infine, Toldería è un leggendario gruppo spagnolo che interpreta musica latinoamericana. Il gruppo naque per mano del musicista valenciano Gonzalo Reig, che per vari anni fu parte de  Los Calchakis, il gruppo di musica latinoamericana più importante a livello europeo. Dopo l’esperienza maturata a Parigi, Reig ha deciso di prendere la propria strada, trasferendosi a Madrid e dando vita al progetto dei Tolderia.

In attesa dell’uscita del webdoc, vi invitiamo a passare mezz’ora in compagnia dei suoni delle Ande. Basta solo premere play per cominciare il viaggio…

Cos’è il giornalismo interattivo? E quello d’immersione?

Quando iniziammo a progettare Bolivia’s Everyday Water War, l’idea era di calare lo spettatore nella storia, coinvogendolo in prima persona con i suoi protagonisti.

Il giornalismo di immersione è infatti un tipo di narrazione interattiva che cerca di mettere gli ultimi sviluppi del mondo digitale al servizio del classico approccio giornalistico: trovare fonti di prima mano e metterle a confronto tra di loro, cercando di arrivare il più vicino possibile alla verità.

In molti ci hanno chiesto perché raccontare la nostra storia in questa forma e non in altre più tradizionali.

Prima di tutto, il vantaggio del giornalismo interattivo è di coinvolgere maggiormente gli spettatori, permettendogli di guardare alla vicenda con gli occhi dei protagonisti e non dalla prospettiva distaccata del reporter, e mettendoli nella posizione di essere loro a decidere cosa vogliono sapere. Inoltre, questo modello permette la fruizione di un insieme eterogeneo e complesso di informazioni molto diverse tra loro: dati ufficiali provenienti da documenti governativi e report , video, immagini, testo, audio e animazioni grafiche, tutto organizzato in un insieme coerente.

Qualora lo spettatore volesse approfondire, sarà lui a scegliere a quali informazioni attingere.

Infine, questi formati sono naturalmente predisposti alla fruizione su dispositivi mobile.

Dato che questo “nuovo” giornalismo non è più vincolato a un preciso stile, ci sono tanti esempi quanti sono i progetti stessi che sono stati sviluppati. Dal nostro punto di vista, raccomandiamo tre lavori che negli ultimi anni ci hanno davvero rapito gli occhi:

E questa è solo la punta dell’iceberg. Il blog della giornalista Eva Dominguez raccoglie una miriade di altre produzioni, e consigliamo quindi caldamente di visitarlo.

Se siete interessati a saperne di più su come integreremo questi elementi in Bolivia’s Everyday Water War, vi invitiamo ovviamente a dare un like alla nostra pagina Facebook o a seguirci su Twitter.

Se lo stato non arriva, chi porta l’acqua?

Quando in un paese povero si insediano governi corrotti e inefficienti, i servizi pubblici finiscono per latitare e sono ovviamente i cittadini a patirne la mancanza. Per questo motivo, oggi l’acqua in Bolivia non è un monopolio pubblico.

Stanchi di aspettare per decenni un intervento statale che non arrivava mai, molti boliviani hanno iniziato a organizzarsi per conto loro. Riuniti in assemblee di vicini, i residenti di Santa Cruz e delle aree più povere di Cochabamba hanno creato le proprie organizzazioni per trovare fonti d’acqua e distribuirla nei loro quartieri.

Che siano vere e proprie cooperative o comitati popolari, queste associazioni stabiliscono una quota mensile per tutti i loro soci, e se c’è scavare per installare la rete idrica indicono le giornate di “lavoro comunitario” e si rimboccano le maniche.

Modelli alternativi sia alla gestione pubblico-statale che a quella privata, le cooperative di Santa Cruz e i comitati di Cochabamba sono esempi di una capacità cittadina di organizzarsi che si sviluppa in assenza dello stato. Ma sono sistemi affidabili?

In Bolivia’s Everyday Water War esploriamo alcune di queste esperienze sociali, mettendo in discussione sia la loro sostenibilità che la loro reale diffusione. Guidati dalla mappa elaborata dalla nostra designer Francesca Canzi viaggeremo nei tre luoghi che rappresentano al meglio i diversi modelli di gestione dell’acqua che esistono nel paese: conosceremo la compagnia pubblica di Cochabamba e i comitati popolari nel sud della città, visiteremo alcune cooperative di Santa Cruz de la Sierra, e scopriremo come si organizzano le comunità indigene che vivono sull’altipiano nel dipartimento di La Paz.

Obiettivi di Sviluppo del Millennio

Correva l’anno 2000 quando tutti i 189 stati membri delle Nazioni Unite definirono otto obiettivi fondamentali che era necessario raggiungere per assicurare uno sviluppo globale rispettoso della dignità umana. Tra i diritti che era necessario garantire vi erano anche acqua potabile e servizi sanitari: il numero di persone senza accesso doveva essere dimezzato entro il 2015.

Tra il 1990 e il 2010 ben 2 miliardi di individui sono stati raggiunti da fonti sicure, superando così con cinque anni di anticipo l’obiettivo prefissato. Eppure, le disuguaglianze nella copertura delle aree più povere continuano a sottolineare come la strada da percorrere sia molta.

La Bolivia ha dichiarato di aver passato il traguardo indicato dall’ONU già alla fine del 2012, e oggi il paese andino si attesta attorno al 78,5% di copertura totale.

Il governo di Evo Morales, insieme a diverse agenzie e banche per lo sviluppo internazionale, ha infatti erogato ingenti finanziamenti, dando stimolo all’espansione della rete idrica. Centrale è stato il ruolo giocato dal Ministero dell’acqua e dell’ambiente e dal programma “Mi Agua”, finanziato e gestito direttamente dal governo.

Secondo il report prodotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità insieme all’UNICEF, nel 1990 solo la metà dei boliviani riceveva acqua nelle proprie case. E’ evidente come, se comparato con i dati attuali, i passi in avanti sono stati enormi. Eppure avere una copertura che sfiora l’80% significa che ancora 2 milioni di persone nel paese vivono senza fonti sicure.

Inoltre, se l’operato pubblico ha portato a una notevole ’estensione della copertura, lo stesso non si può dire dei servizi sanitari. A oggi circa la metà della popolazione non ne gode in maniera sufficiente, e questa proporzione si aggrava drammaticamente nelle aree rurali, dove i tre quarti degli abitanti non hanno né bagni né latrine.

La terza volta di Evo Morales

Per la Bolivia, la Guerra dell’Acqua ha rappresentanto l’inizio di un cambiamento epocale, il cui esito più visibile è stata l’elezione di Evo Morales, leader dei coltivatori di coca, a primo presidente indigeno del paese.

Morales cominciò la sua carriera politica come dirigente sindacale, entrando al congresso come deputato per la prima volta nel 1997. Cinque anni più tardi, in occasione delle prime elezioni dopo il conflitto di Cochabamba, sfiorò la presidenza del paese, a cui arriverà però a fine 2005.

Lo scorso Ottobre è stato ancora riconfermato con maggioranza assoluta per il suo terzo mandato. Tre sono le grandi sfide che l’ex coltivatore di coca intende affrontare oggi: convertire il paese nel “centro energetico dell’America Latina”, rinnovare il sistema sanitario, e fare in modo che l’approvvigionamento di acqua potabile e la copertura dei servizi sanitari smettano di essere un problema per una parte consistente dei suoi concittadini.

A riprova della centralità politica del tema dell’acqua, il governo ha creato un Ministero ad hoc, che oggi si è ampliato e si occupa anche della generale tutela ambientale. Contemporaneamente, il maggior risultato ottenuto in campo internazionale è probabilmente stata la proposta di riconoscimento del Diritto Umano all’acqua all’assemblea generale delle Nazioni Unite.

Nonostante ciò, ancora oggi due milioni di boliviani non ricevono acqua potabile nella propria casa, e più di quattro milioni non ha nemmeno i servizi sanitari essenziali.

La Guerra dell’acqua

15 anni fa una sollevazione popolare scosse per mesi la città di Cochabamba, con i cittadini che si riversarono nelle strade e bloccarono completamente la circolazione, opponendosi alla privatizzazione della compagnia locale di servizio idrico.

L’allora governo del presidente Hugo Banzer aveva firmato un contratto con la multinazionale Bechetl, cedendo il monopolio di tutte le risorse acquifere dell’area al consorzio privato Aguas del Tunari, al cui interno avevano partecipazioni anche l’impresa statunitense Edison, la spagnola Abengoa e le compagnie boliviane Petricevich e Doria Medina.

La privatizzazione della compagnia era esplicitamente richiesta nelle condizioni sottoscritte dalla Bolivia per ricevere un prestito del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Con l’approvazione della Legge 2029, il governo aveva così assicurato a Aguas del Tunari il controllo delle risorse idriche della zona, e gli abitanti di Cochabamba avrebbero dovuto pagare per tutta l’acqua da loro consumata, indipendentemente dall’origine. Pozzi privati o comunitari, ruscelli, perfino acqua piovana: tutte queste fonti diventavano soggette a tariffazione.

In risposta, la popolazione di Cochabamba invase la piazza principale, protestando contro misure che reputava draconiane. I coltivatori di coca, capitanati da un giovane Evo Morales, le federazioni contadine, presiedute da Omar Fernández, e il sindacato operaio, con il portavoce Oscar Olivera, si unirono alla battaglia di migliaia di cittadini (come Marcelo “El banderas” Rojas, nella foto) per riconquistare la compagnia municipale. Insieme crearono il Coordinamento per la difesa dell’Acqua e della Vita, che infine siederà al tavolo delle trattative con il governo di Banzer.

La Guerra dell’Acqua costò la vita a sei persone e lasciò sul campo dozzine di feriti. Dopo mesi di mobilitazione gli abitanti costrinsero Aguas del Tunari a lasciare il paese e diedero vita al movimento che in seguito si rivelò determinante nell’elezione di Evo Morales, primo presidente indigeno del paese.

Eppure, quindici anni dopo, ancora molti quartieri nelle periferie della città soffrono di un approvvigionamento idrico carente e reti fognarie inesistenti. Cochabamba ha vinto la battaglia dell’acqua, ma sta forse perdendo la guerra?

Qui comincia la nostra storia…